25 luglio 2016

La maschera svelata da Facebook

Posted by on 18:20 in Addebito della separazione, Facebook | 0 Commenti

La maschera svelata da Facebook

I social network hanno rivoluzionato la nostra vita. Facebook in particolare ci ha fornito  ampi spazi virtuali ove condividere grandi quantità di contenuti e informazioni personali. Non ci siamo accorti che abbiamo perso  privacy e riservatezza e che abbiamo trasferito la proiezione sociale delle nostre vite sulle piattaforme sociali. Abbiamo una rete di “amici” reali o virtuali con i quali interagiamo e comunichiamo  e su questo immenso palcoscenico virtuale gettiamo le nostre vite, completamente ignari delle possibili conseguenze giuridiche in merito a ciò che pubblichiamo . Ma ci siamo mai chiesti cosa potrebbe accadere se nostro marito, nostra moglie o il nostro partner scoprisse che  abbiamo una relazione extraconiugale su Facebook o su altri social network? È possibile punire con l’addebito il tradimento commesso con queste modalità? Facebook e gli altri social network sono entrati a gamba tesa negli atti processuali e vengono ampiamente utilizzati a sostegno di istanze di addebito della separazione. Ovviamente  ci sono diversi orientamenti giurisprudenziali. Per alcuni tribunali le dichiarazioni esternate su Facebook non rappresentano una prova specifica, poiché “su detta piattaforma sociale ciascuno si può definire in svariati modi anche solo al mero fine di vantarsi” (Trib. Monza). Per altri l’abitudine di chattare su facebook non configura una condotta posta in violazione del dovere di fedeltà coniugale (Trib. Milano, Sez. IX, 16 ottobre 2014). Altra giurisprudenza di merito osserva che le chat seppure rappresentino una forma di intrattenimento, “in sé non censurabile”, consentirebbero al coniuge “di allacciare una relazione di natura pseudo-sentimentale”, anche se virtuale (Trib. Taranto, Sez. I, 14 novembre 2014). Per la Suprema Corte, invece, il tradimento su Facebook potrebbe essere ritenuto una violazione del dovere di lealtà. Con la sentenza del 9 aprile 2015, n. 7132,  infatti, la Cassazione ha sostenuto che la pronuncia di addebito della separazione può anche non fondarsi solo sulla violazione dei doveri di cui all’art. 143 c.c., ma anche sulla continuativa ed unilaterale violazione del dovere di lealtà, tale da minare quel nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale. Se si dimostra, invece, che il legame instaurato con il social network è di natura esclusivamente platonica e che non vi è la benchè minima traccia di una vera e propria relazione sentimentale, il giudice potrebbe non pronunciare l’addebito. Inoltre, in caso di crisi conclamata anche il  comportamento spavaldo sui social network potrebbe avere il suo peso e favorire la pronuncia di addebito. Attenzione, quindi, a non indossare maschere che il mondo virtuale potrebbe  inesorabilmente far cadere svelando, così, il nostro vero...

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11 luglio 2016

Attenzione, attenzione! Prendere il cellulare del proprio partner per controllare gli sms può essere molto pericoloso

Posted by on 18:19 in Reati familiari | 0 Commenti

Attenzione, attenzione! Prendere il cellulare del proprio partner per controllare gli sms può essere molto pericoloso

Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta. Oggi sembra che tutti i nostri segreti siano intrappolati nella sim di un cellulare. La nostra scatola nera per eccellenza. Cosa potrebbe accadere se venissero alla luce tutti gli sms scritti e ricevuti? Lo sappiamo tutti che scoprire l’infedeltà del proprio partner può essere psicologicamente e fisicamente devastante. Ma non dobbiamo dimenticare che il tradimento e’ potenzialmente presente in ogni forma di comunicazione. Infatti ogni messaggio può essere interpretato in innumerevoli modi. I malintesi ed i fraintendimenti sono sempre dietro l’angolo. Ogni comunicazione dovrebbe essere valutata tenendo conto del contesto comunicativo, della tipologia dei soggetti coinvolti e del particolare tipo di interazione che intercorre tra gli interlocutori. Ma poi ci interessa veramente scoprire la verità profonda dietro le apparenze? Se la curiosità ci ossessiona, dobbiamo essere in grado di acquisire le informazioni  cosiddette sensibili  ed evitare di commettere qualche reato. Significativa ed istruttiva, in tal senso, è la sentenza emessa lo scorso 27 maggio dalla Seconda Sezione della Corte di Cassazione Penale n. 24297, la quale definisce l’ispezione del cellulare come una condotta abbastanza comune ma che, se eseguita violentemente ed allo scopo illecito di scoprire il contenuto dei messaggi ivi contenuti, deve essere stigmatizzata come rapina. “L’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone – precisa la Suprema Corte – appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’art. 2 Cost. […]. La libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine. Nel caso di specie la pretesa dell’agente di “perquisire” il telefono della ex fidanzata alla ricerca di messaggi – dal suo punto di vista – compromettenti, rappresenta il profitto conseguito e assume i caratteri dell’ingiustizia manifesta proprio perchè, violando il diritto alla riservatezza, tende a comprimere la libertà di autodeterminazione della donna e si pone in prosecuzione ideale con il reato di lesioni, avente ad oggetto le lesioni arrecate dall’imputato alla sua fidanzata nel mentre era in preda di una crisi di gelosia.” Il requisito dell’ingiustizia del profitto, quindi, consiste nell’impossessamento del telefono cellulare del o della partner. “[…] nel delitto di rapina sussiste l’ingiustizia del profitto quando l’agente, impossessandosi della cosa altrui (nella specie un telefono cellulare), persegua esclusivamente un’utilità morale, consistente nel prendere cognizione dei messaggi che la persona offesa abbia ricevuto da altro soggetto, trattandosi di finalità antigiuridica in quanto, violando il diritto alla riservatezza, incide sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane”. Cassazione Penale Sez. 2, n. 11467 del 10/03/2015 Riflettiamo, quindi, prima di ficcare il naso nel cellulare della nostro amato o della nostra amata. E non dimentichiamo che “La curiosità uccise il gatto …” “… ma la soddisfazione lo riportò in vita”, continua il noto proverbio inglese. A noi la scelta!  ...

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4 luglio 2016

Ecco a voi la legge per il “ Dopo di Noi”

Posted by on 16:51 in Incapacità | 0 Commenti

Ecco a voi la legge per il “ Dopo di Noi”

Il Dopo di Noi è una espressione semplice, diretta, ma fortemente evocativa. E’ la sintesi di un concetto che racchiude in sé tutta la preoccupazione  e l’incertezza di ciò che potrebbe accadere ai figli dopo la morte dei genitori. Ovviamente ci riferiamo alla tutela patrimoniale e morale dei c.d. soggetti deboli ed in particolare delle persone che presentano delle disabilità. L’innegabile aumento del benessere e le maggiori capacità di cura hanno provocato un aumento dell’età media anche di coloro che sono affetti da gravi disabilità, che sempre più spesso sopravvivono ai loro genitori. Purtroppo i tradizionali strumenti di protezione previsti dal nostro ordinamento (amministrazione di sostegno, interdizione, inabilitazione, etc.) per i soggetti incapaci non sono sufficienti per sopperire a quell’angoscia di programmare il futuro per coloro che non sono in grado di provvedere a se stessi. Se pensiamo che sono circa 2 milioni e 600 mila le persone che nel nostro Paese sono colpite da disabilità grave e, quindi, non sono autosufficienti e che le famiglie italiane interessate da questo problema sono circa il 15% del totale, ovvero il 4,8% della popolazione italiana, una legge che tutelasse queste situazioni si mostrava urgentissima. Finalmente è arrivata lo scorso 24 giugno e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Trattasi della Legge per il Dopo di Noi, ovvero la Legge n. 112 del 22 giugno 2016, intitolata “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”. E’ la prima legge del nostro ordinamento giuridico «volta a favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità», con l’obiettivo di garantire la massima autonomia e indipendenza delle persone disabili. Vi sono previste strutture alloggiative di tipo familiare o analoghe soluzioni residenziali per sviluppare programmi e competenze per la gestione delle attività quotidiane e per il raggiungimento del maggior livello di autonomia possibile delle persone con disabilità grave (non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità) prive di sostegno familiare in quanto mancanti di entrambi i genitori o perché gli stessi non sono in grado di sostenere la responsabilità della loro assistenza. Il Dopo di noi stabilisce, inoltre, la creazione di un fondo per l’assistenza e il sostegno ai quei disabili privi dell’aiuto della famiglia, ed agevolazioni per privati, enti e associazioni che vorranno investire risorse per la loro tutela. Sono anche previsti sgravi fiscali, esenzioni e incentivi per la stipula di polizze assicurative, trust, affidamenti fiduciari e vincoli di destinazione ex art. 2645 ter c.c. Il fondo avrà una dotazione triennale pari a 90 milioni di euro per il 2016, 38,3 milioni per il 2017 e 56,1 milioni dal 2018. Il “Dopo di noi”, da preoccupazione, con questa legge si trasforma in progetto di vita Il “Dopo di Noi” deve necessariamente iniziare “Durante Noi” e non può essere considerato come il risultato di accadimenti negativi nella vita di una persona disabile  (decesso, anzianità dei genitori) ma come un processo di crescita preparato e realizzato per tempo con risorse e mezzi adeguati.    ...

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27 giugno 2016

La dissoluzione del “menage” familiare nelle convivenze

Posted by on 12:21 in Unioni Civili e Coppie di fatto | 0 Commenti

La dissoluzione del “menage” familiare nelle convivenze

“Quando finisce un amore…”, recitava una nota canzone di Riccardo Cocciante, “senza una ragione ne’ un motivo, senza niente ti senti un nodo nella gola, ti senti un buco nello stomaco, ti senti un vuoto nella testa e non capisci niente …”, ti senti persa o perso e cominci a pensare all’assegno di mantenimento, aggiungiamo noi. Cosa succede se la convivenza  finisce? In caso di cessazione della convivenza di fatto, la legge Cirinnà disciplina al comma 65 il diritto agli alimenti. Ma attenzione, sarà il giudice a stabilire il diritto del convivente agli alimenti e lo farà solamente in presenza di due requisiti: lo stato di bisogno del convivente o l’incapacità del medesimo di provvedere al proprio mantenimento. La durata dell’obbligo alimentare sarà, poi, proporzionale alla durata della convivenza e la misura degli alimenti sarà parametrata a quella contenuta nell’art. 438 c.c. Tale articolo, infatti, individua come parametro di riferimento sia lo stato di bisogno del convivente che chiede gli alimenti, che le condizioni economiche dell’altro convivente che dovrà somministrarli, e specifica che tali alimenti non dovranno superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto riguardo alla sua posizione sociale. La riforma stabilisce infine che “[…] l’obbligo alimentare del convivente è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.” L’ex convivente, cioè, dovrà provvedere all’obbligo alimentare prima dei fratelli e delle sorelle della persona in stato di bisogno. E se invece i conviventi hanno stipulato un contratto? In che modo potranno decidere di interromperlo?  E con quali conseguenze? I conviventi previdenti potrebbero inserire nel contratto accordi che fissino le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza, evitando così, nel momento della frattura, discussioni, rivendicazioni e problematiche che spesso diventano  inevitabili quando un amore finisce. Ad ogni modo il contratto di convivenza può sciogliersi su accordo delle parti o per recesso unilaterale. In entrambi i casi la volontà delle parti dovrà risultare per iscritto. L’eventuale accordo di risoluzione del contratto di convivenza dovrà assumere, a pena di nullità, le forme dell’atto pubblico o di scrittura privata autenticata, così come  la volontà di recesso unilaterale dal contratto di convivenza dovrà essere inoltrata per iscritto all’altra parte. Qualora la casa comune sia nella disponibilità esclusiva della parte che intende recedere, la dichiarazione di recesso dovrà contenere, anch’essa a pena di nullità, un termine non inferiore a 90 giorni  per permettere all’altro convivente di lasciare l’abitazione. Le ulteriori cause di risoluzione del contratto di convivenza sono individuate nella eventuale celebrazione di un matrimonio o di una unione civile tra i conviventi medesimi o tra un convivente ed un’altra persona. Anche nel caso di morte di uno dei contraenti, il contratto di convivenza si intende risolto. E’ proprio vero che in ogni addio, come diceva George Eliot, vi è l’immagine della...

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14 giugno 2016

L’importanza del contratto di convivenza per le coppie non sposate

Posted by on 17:17 in Unioni Civili e Coppie di fatto | 0 Commenti

L’importanza del contratto di convivenza per le coppie non sposate

Ci sposiamo o conviviamo? E’ il dilemma del millennio. Se il fascino del matrimonio non vi attrae, potete sempre scegliere di convivere. Non potrete ignorare, però, che le coppie conviventi non sposate, definite coppie di fatto, non hanno goduto fino ad ora di una autonoma disciplina. Il nostro ordinamento, infatti, ha attribuito una formale superiorità ed una maggiore dignità alla famiglia fondata sul matrimonio. Perché si possa parlare di convivenza è imprescindibile il requisito della coabitazione qualificata ovvero diretta a realizzare una stabile comunanza di vita materiale e spirituale tale da essere socialmente riconosciuta. Dal 5 giugno 2016 le cosiddette coppie di fatto ricevono il dovuto  riconoscimento e tutela giuridica attraverso lo strumento dei contratti di convivenza. Le coppie non sposate potranno così definire, in modo dettagliato, tutta la gestione del patrimonio e le conseguenze di un’eventuale cessazione della convivenza. La partecipazione alle spese comuni, gli obblighi di contribuzione di ciascun partner, i criteri di attribuzione della proprietà dei beni mobili ed immobili acquistati durante la convivenza, le modalità di utilizzo della casa familiare nonché la facoltà di assistenza reciproca, in caso di malattia o di incapacità di intendere e di volere e da ultimo anche la designazione reciproca ad amministratore di sostegno, potranno essere l’oggetto del contratto di convivenza. Non si potranno, invece, concedere benefici al convivente in caso di morte, ma si dovrà ricorrere al tradizionale testamento ed inserire clausole a favore del partner. A pena di nullità il contratto di convivenza deve essere redatto per iscritto e potrà avere la forma dell’atto pubblico o della scrittura privata  con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato. Entro 10 giorni della sua redazione dovrà essere trasmesso al Comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione nei registri anagrafici. Dal contratto di convivenza nascono dei veri e propri obblighi giuridici a carico di coloro che lo hanno sottoscritto. In caso di violazione da parte di uno dei contraenti, l’altro sarà legittimato a rivolgersi al giudice per ottenerne l’adempimento. Non dimentichiamo che il contratto di convivenza, se ha la forma dell’atto notarile o della scrittura privata autenticata, costituisce  titolo esecutivo che consente l‘immediato avvio della esecuzione forzata. Quindi, in definitiva, prevenire è meglio che curare. Mettere nero su bianco i reciproci diritti ed obblighi garantisce la stabilità della coppia ed evita problemi in caso di risoluzione della convivenza, tema che tratteremo nel prossimo post.              ...

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30 maggio 2016

Semaforo verde alle unioni civili

Posted by on 17:53 in Unioni Civili e Coppie di fatto | 0 Commenti

Semaforo verde alle unioni civili

 “Il matrimonio è come una fortezza assediata: chi è fuori vorrebbe entrare, chi è dentro vorrebbe uscire.” [cit.] Sembra proprio questa la filosofia della nuova legge  intitolata “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” che affianca al matrimonio due nuovi istituti : l’unione civile ed i patti di convivenza. Questa legge cerca di dare delle risposte a due istanze sociali completamente opposte: da una parte, infatti, risponde alle istanze sociali dei movimenti omosessuali che vogliono il matrimonio, ovvero gli stessi diritti e doveri che esistono tra i coniugi; dall’altra parte alla esigenza di quelle persone che, pur potendo contrarre matrimonio, non intendono sposarsi perché non vogliono soggiacere ai diritti e doveri che nascono dal vincolo coniugale. Assistiamo ad una corsa verso la giuridificazione dei rapporti (unioni civili – riservate esclusivamente a coppie omosessuali)  e nel contempo ad una  fuga dalla giuridificazione dei rapporti  (patti di convivenza- accessibili a tutti sia eterosessuali, che omosessuali). L’unione civile, come il matrimonio, si costituisce dinanzi all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni e l’atto viene registrato nell’archivio dello stato civile. Le parti, “per la durata dell’unione civile, possono stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi. La parte può anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome”. Chi contrae Unione Civile ha maggiore libertà di scelta del cognome rispetto a coloro che contraggono matrimonio, non ha l’obbligo di fedeltà, imposto, invece, a chi si sposa ed inoltre, può godere di una semplificazione delle procedure di scioglimento del vincolo, non essendo obbligatorio un periodo di separazione. Sarà sufficiente che uno solo dei due partner presenti una comunicazione all’ufficiale di stato civile contenente la volontà di sciogliere l’unione e  dopo tre mesi  potrà chiedere il divorzio. Al  partner più “debole” saranno garantiti gli alimenti  e l’assegnazione della casa. Queste distinzioni tra i due istituti potrebbero, a lungo andare, far considerare il matrimonio un istituto desueto e limitativo  rispetto ai maggiori diritti di cui godono le coppie omosessuali con l’unione civile. Le disposizioni sulle adozioni (anche quella in casi particolari), invece, non si applicano alle unioni civili. Con la locuzione: “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti“, il testo normativo, però, consente ai singoli Tribunali di concedere la stepchild adoption  valutando opportunamente caso per caso. Anche se denominata formazione sociale ed incasellata nell’art.2 della Costituzione per evitare l’equiparazione con la famiglia disciplinata dall’art.29 della Costituzione, in realtà l’unione civile è costruita interamente sul modello della famiglia . Infatti tutte le disposizioni che contengono la parola “coniuge”, “coniugi”, “marito” e “moglie”, ovunque ricorrano, nelle leggi, nei regolamenti e negli atti amministrativi e nei contratti collettivi devono essere riferite anche ai componenti dell’unione civile . L’intento di equiparazione del legislatore è evidente se si legge il comma 12 della legge nel quale si indica che le parti dell’unione civile hanno l’obbligo di concordare tra loro l’indirizzo della vita “ familiare”. La legge entrerà in vigore il prossimo 5 giugno, uniformando così l’Italia ad altri Paesi dell’Unione Europea. Dei contratti di convivenza, anch’essi regolati da questa legge, parleremo in dettaglio nel prossimo...

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13 aprile 2016

Buona notte con papà!

Posted by on 12:17 in Minori | 0 Commenti

Buona notte con papà!

Da genitore dimenticato a genitore attivo: è questo il nuovo ruolo che, finalmente, viene attribuito al padre quando il vincolo coniugale si sfalda. Non c’è alcun dubbio che la competenza genitoriale paterna si stia sempre più affiancando a quella materna. Non sono rari, infatti, i papà che si occupano delle cure fisiche del neonato, dell’allattamento con il biberon, del cambio del pannolino e del fatidico bagnetto. Inoltre, il proliferare di “Manuali di sopravvivenza dei papà moderni” e dei vari blog di padri che si definiscono imperfetti testimonia questa evoluzione del ruolo paterno. Nella prassi giudiziaria, invece, stenta a decollare il concetto di equa distribuzione della presenza di entrambi i genitori nella vita dei figli, quando questi ultimi, soprattutto, sono neonati. Nel 90% dei casi le sentenze limitano a poche ore la settimana la frequentazione dei padri con i figli, creando così uno svilimento del rapporto e della relazione padre-figlio. Quando, poi, la fascia di età dei figli è inferiore agli anni tre, la stragrande maggioranza dei tribunali è restia a concedere il loro pernottamento presso il padre che viene autorizzato solo successivamente al compimento del quarto anno di vita del bambino. E’ per questo motivo che la sentenza del Tribunale di Roma, la quale ha riconosciuto al padre il diritto ai pernottamenti della sua bambina di appena sedici mesi, è innovativa ed importantissima. Vi è impresso il vero senso del concetto di bigenitorialità, che deve garantire al minore la possibilità di vivere con ciascun genitore tutte le varie esperienze della vita come il pernottamento, il gioco, lo studio, il recarsi e tornare da scuola, lo shopping, le vacanze ed il tempo libero. Forse si sta abbandonando uno stereotipo pericoloso e sciocco proprio di una certa miope magistratura, la quale prevedeva che i padri potessero svolgere i compiti di cura e accadimento dei propri figli solo a partire da una certa età del bambino. La decisione del Tribunale di Roma è da considerarsi un primo passo molto significativo che ci conduce dritti verso un concetto di genitorialità piena e paritaria tra madre e padre. Il padre non dovrà più sentirsi “un brutto anatroccolo”, “calimero” o semplicemente “un bancomat”, ma una guida autorevole ed amorevole.    ...

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30 marzo 2016

La Cassazione bacchetta le donne pigre: nessun mantenimento se possono andare a lavorare

Posted by on 16:44 in Aspetti patrimoniali, Separazione | 0 Commenti

La Cassazione bacchetta le donne pigre: nessun mantenimento se possono andare a lavorare

“Voia de lavorà sartam’addosso …”, sembra essere l’inno di alcune donne che sperano di vivere alle spalle degli ex mariti. I tempi sono cambiati e se non si vuole sprofondare nella palude Stigia ove Dante collocava gli accidiosi, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare. Quindi, voi casalinghe che siete sempre vissute con il reddito di lavoro del vostro ex marito, sappiate che l’assegno di mantenimento non è più così scontato. Infatti, il recente orientamento della  Cassazione prevede che per determinare lo standard del tenore di vita in costanza di matrimonio, occorre conoscere “le condizioni economiche dipendenti dal complesso delle risorse reddituali e patrimoniali di cui ciascuno dei coniugi poteva disporre e di quelle da entrambi effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari mentre per poter valutare la misura in cui il venir meno dell’unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore” [Cass. Civ n. 11870/2015]. In buona sostanza, se si è dotate di idonea capacità lavorativa, avendo anche in passato esercitato attività seppure saltuarie, la Cassazione ha escluso la sussistenza dei presupposti per l’attribuzione dell’assegno divorzile. La crisi economica e l’oggettiva penuria di lavoro non sono più scuse adducibili, soprattutto se si è giovani ed abili al lavoro. Se, invece, avete perso ogni residua capacità lavorativa ed avete trascorso la lunga vita matrimoniale dedicandovi esclusivamente alla cura della casa e della famiglia, avete diritto ad un congruo assegno di divorzio. E’ sempre la Cassazione che ribadisce questo concetto tutelando il coniuge più debole purchè il matrimonio sia durato a lungo, si sia svolta la sola attività di casalinga e soprattutto vi sia un forte divario reddituale tra gli ex coniugi. Care casalinghe, sebbene vi sia riconosciuto un alto valore economico e sociale per i compiti che svolgete in famiglia (cuoca, babysitter, autista, psicologa, manager), sembra veramente molto lontano il tempo in cui si parlava di dare  uno stipendio a voi invisibili ed instancabili lavoratrici. A questo punto la domanda sorge spontanea: ma esiste veramente una donna felice di essere casalinga per tutta la...

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15 marzo 2016

Colpo basso alla suocera: la casa coniugale in comodato rimane alla nuora anche dopo la separazione

Posted by on 10:51 in Separazione | 0 Commenti

Colpo basso alla suocera: la casa coniugale in comodato rimane alla nuora anche dopo la separazione

Ecco un boccone veramente amaro per la suocera che vorrebbe “liberarsi” della nuora dopo la separazione dal figlio. La Cassazione  stabilisce  (sentenza n. 1666/2016) che resta alla nuora la casa concessa in comodato gratuito dalla suocera al figlio se l’immobile è destinato a casa familiare. Alla suocera che chiede il rilascio dell’appartamento dato in comodato al figlio al momento del matrimonio,  viene negata la restituzione dell’immobile che era stato assegnato in sede di separazione alla moglie ed ai figli. Ciò perché il comodato, in questo caso, è diretto a soddisfare le esigenze abitative della famiglia indipendentemente dall’insorgere di una crisi coniugale. La suocera-proprietaria, pertanto, non potrà richiedere in qualsiasi momento la restituzione dell’immobile, se non nel caso in cui sopravvenga un urgente ed imprevisto bisogno. La destinazione ad abitazione familiare dell’immobile non è, infatti, compatibile con un utilizzo caratterizzato dalla provvisorietà e dall’incertezza, che sono proprie del cosiddetto comodato precario. Si è scritto così l’ennesimo capitolo dell’eterna partita fra suocera e nuora … nuora 1 – suocera 0, palla al...

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1 marzo 2016

La fedeltà è ancora un valore?

Posted by on 16:48 in Unioni Civili e Coppie di fatto | 0 Commenti

La fedeltà è ancora un valore?

La fedeltà è un concetto ancora attuale o un retaggio del passato? La fedeltà tra i coniugi si sta demitizzando? E’ forse diventata un optional? La Cassazione ci ha insegnato che “[…] l’obbligo della fedeltà è da intendere non soltanto come astensione da relazioni extraconiugali, ma quale impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la reciproca fiducia ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, che dura quanto dura il matrimonio“. La fedeltà può avere un valore enorme, un valore spirituale e intimo. Sono i coniugi che devono stabilire e decidere in assoluta indipendenza se essere fedeli o meno oppure deve essere la legge a sanzionare l’infedeltà? Togliere l’art. 143 del codice civile, che prevede il riferimento reciproco dall’obbligo di fedeltà tra i coniugi, è corretto ? Sono domande a cui non è semplice rispondere. La fedeltà è decisamente una categoria etica, mentre l’infedeltà appartiene, senza dubbio, ad una categoria giuridica. Forse è questo il motivo che ha spinto il legislatore a togliere l’obbligo di fedeltà alle unioni civili. Con la costituzione dell’unione civile le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri di assistenza materiale e morale e della coabitazione proprie del matrimonio, ma non hanno l’obbligo della fedeltà. Sembra un dettaglio irrilevante sotto il profilo eminentemente pratico, ma con questa precisazione il legislatore non ha voluto equiparare il matrimonio alle unioni civili, creando appunto delle differenze e discriminazioni. Resta solo da capire chi sono i veri discriminati: coloro che contraggono matrimonio o chi aderisce all’unione civile? Voi che ne pensate? A noi vengono in mente solamente gli struggenti versi di Ivano Fossati: “La costruzione di un amore spezza le vene delle mani mescola il sangue col sudore se te ne rimane. La costruzione di un amore non ripaga del dolore è come un altare di sabbia in riva al mare “.  ...

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